La guerra e noi

Mercoledì, 23 Luglio 2014
Mentre
ci apprestiamo al secondo presidio genovese contro l'aggressione israeliana al
popolo palestinese, le diplomazie USA e UE continuano a soffiare sul fuoco
della guerra accusando la Russia di complicità nell'abbattimento dell'aereo
malese nei cieli ucraini. In questi giorni si moltiplicano i presidi e i cortei
in solidarietà al popolo palestinese, in tutta Italia si sono tenute iniziative
di sostegno alla lotta popolare nel Donbass. In generale l'atteggiamento contro
la guerra ha tante ragioni, tutte condivisibili. Ce ne è una nascosta che però,
per noi, è determinante: l'analisi della fase imperialista globale e la
tendenza alla guerra, sempre più evidente. Siamo all'ottavo anno di crisi
globale del capitalismo e di stagnazione dell'economia che colpisce sia i paesi
centrali (USA e UE) ma anche i paesi cosiddetti BRICS, con l'eccezione della
Cina. Non si vedono vie di uscita e gli interessi degli attori in campo trovano
una sintesi solo attraverso generici richiami alla democrazia e ai diritti
civili. Tutte le guerre “umanitarie” in questi anni hanno causato solo cambi di
regime consoni agli interessi economici delle superpotenze, che non hanno
alterato di una virgola le condizioni democratiche dei paesi in guerra. Lo
strapotere islamico è il prezzo che l'occidente ha pagato, volentieri, per
piegare alcune rigidità economiche incompatibili con le regole del mercato
globale, quali la sua ansia di profitti e di egemonia. Tutto questo senza che
l'economia capitalista potesse riprendere la fase espansiva che, nei suoi
momenti di gloria, era stata favorevole anche alle masse dei lavoratori. In
tutto il mondo occidentale fanno impressione i dati crescenti sulla
disoccupazione e sulla perdita di diritti economici dei lavoratori, in una
situazione che non può durare. Le condizioni preparano la guerra, la Russia ne
è l'obiettivo strategico immediato. Per noi quindi non si tratta di parteggiare
per leader nazionalisti o per fazioni islamiche lontane anni luce dal nostro
mondo, ma di valutare esattamente la posta in gioco relativa alla sottomissione
dell'Ucraina, così come al permanere e all'allargarsi dello sfruttamento
israeliano sulla Palestina e sull'intero medio oriente. Ciò che ci viene
richiesto va molto oltre un generico appello pacifista, o di solidarietà internazionale
verso nuove e vecchie oppressioni, ma riguarda direttamente le nostre
condizioni economiche e materiali all'interno dell'occidente. La guerra tra gli
imperialisti è un affare dei padroni e degli Stati che devono conservare i
mercati, allargarli e continuare a sfruttare i lavoratori nei vari paesi per
meglio sfruttare anche noi. Stare dalle parte dei palestinesi o degli insorti
del Donbass è parte inscindibile della lotta per i nostri stessi interessi
materiali. Se, come pensiamo noi, il capitalismo genera crisi che può solo
risolvere con le guerre, il nostro dovere è lottare a fianco dei popoli che si
ribellano per difendere ed allargare le loro condizioni di esistenza. E' un
lavoro complesso che va oltre i presidi ed i cortei di solidarietà, si deve per
forza allargare alla lotta contro il nemico interno. Lottare contro la
sottrazione di futuro e di diritti dei nostri territori è quindi il fulcro
della nostra azione politica, è un modo per inceppare dall'interno quel
meccanismo criminale che si chiama imperialismo.